Meir Kahane, il rabbino fanatico e razzista che è diventato la stella polare della politica israeliana

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Nella notte tra il 17 e il 18 marzo il premier Netanyahu ha improvvisamente ordinato una massiccia ripresa dei bombardamenti su Gaza che ha causato più di 400 morti, uno dei peggiori massacri dall’inizio dell’offensiva. Allo stesso tempo, il ministro della Difesa Israel Katz ha dato disposizioni affinché l’esercito appronti piani operativi per deportare decine di migliaia di palestinesi. Netanyahu ha licenziato arbitrariamente il capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, e quando Gali Baharav-Miara, la giurista a capo della Procura Generale, ha impugnato la decisione, il governo ha sfiduciato anche lei. Queste mosse, che stanno trasformando Israele in uno Stato autoritario, sembrano ispirate alle dottrine di Meir Kahane, un rabbino di origini americane assassinato nel 1990, che predicava l’espulsione di tutti i palestinesi e la trasformazione di Israele in uno Stato razziale e teocratico. Oggi, dopo 35 anni, le sue idee sono arrivate a dettare la linea del  governo.

Dando prova di un brutale realismo politico, Stalin diceva che se si uccide un uomo, quello è un assassinio. Ma se ne uccidi un milione, il crimine viene semplicemente derubricato  a statistica. Il Primo ministro israeliano sembra pensarla allo stesso modo. Il disprezzo  di qualunque concetto di legalità internazionale e la convinzione di essere superiori a qualsiasi legge hanno creato le condizioni grazie alle quali Nissim Vaturi, un importante parlamentare del Likud, il partito di Netanyahu, durante un’intervista alla radio Kol BaRama, ha dichiarato che a Gaza l’esercito dovrebbe separare le madri e i bambini per poi uccidere sommariamente tutti gli adulti, definiti “mascalzoni” e “esseri sub-umani”. La rete televisiva statunitense CBS ha rivelato che l’amministrazione Trump e Israele hanno contattato i governi della Somalia e del Sudan per sondare una loro eventuale disponibilità ad accogliere i palestinesi espulsi da Gaza. Queste sono esattamente le proposte che faceva Meir Kahane, un rabbino estremista di origine americana. Conoscere la sua storia ci aiuta a capire meglio l’abisso in cui sta per precipitare Israele.

 L’agitatore venuto dagli USA

Meir Kahane nasce a New York nel 1932, figlio e nipote di rabbini. Suo padre Charles si ricollegava a un’antica tradizione hasidica e guidava una congregazione ortodossa a Brooklyn. Negli anni ’30 del secolo scorso svolge anche un’importante funzione politica quando inizia a raccogliere fondi per l’Irgun, l’organizzazione paramilitare sionista che compiva attentati terroristici contro l’esercito britannico, mandatario per la Palestina. Ai pranzi dello Shabbath erano spesso presenti personaggi importanti. In un’occasione, la famiglia riceve la visita di Vladimir Žabotinskij, capo dell’ala revisionista del sionismo che, in polemica con l’impostazione socialisteggiante di David Ben-Gurion, si rifaceva a un nazionalismo marziale, ispirato al fascismo di Benito Mussolini e al movimento  Sanacja del maresciallo Piłsudski.

Meir trascorre la giovinezza militando nel movimento revisionista Betar e assorbe il mito del culto della forza propugnato da Žabotinskij, una caratteristica che manterrà tutta la vita. Nel 1957 prende un master in Affari internazionali alla New York University e, nello stesso anno,  diventa rabbino. All’inizio degli anni ’60 infiltra la John Birch Society, un gruppo di fanatici anticomunisti, e diventa un informatore per conto dell’FBI. In questo periodo conduce una doppia vita perché, a causa dell’antisemitismo del gruppo, nega di essere ebreo e si fa chiamare Michael King. Nel 1968 fonda la Jewish Defense League (JDL, Lega per la difesa ebraica), un’organizzazione militante anticomunista che si riproponeva di combattere la violenza dei neri contro gli ebrei. Kahane riteneva che nelle occasionali tensioni tra le due comunità ci fosse addirittura il potenziale per una nuova Shoah che poteva essere prevenuta soltanto con l’uso della violenza.

Nel 1972 la JDL mette una bomba nell’ufficio di Sol Hurok, un impresario ebreo che lavorava con importanti istituzioni russe come il balletto del Bolshoi. Hurok rimane illeso ma la sua segretaria Iris Kones, un’ebrea di 27 anni, è ferita a morte. A quel punto Kahane decide di emigrare in Israele ma qui viene visto come un bizzarro agitatore americano e la sua campagna contro la piccola minoranza di neri israeliti cade nel vuoto. Tutto cambia quando si accorge che il sentimento anti-arabo poteva mobilitare un numero molto maggiore di seguaci. Dal suo ufficetto di Gerusalemme denuncia in toni drammatici che il futuro di Israele è minacciato dagli eserciti arabi sostenuti dalla Russia che si ammassavano ai suoi confini e dai palestinesi che vivono nello Stato ebraico. Da quel momento in poi, inizia a descrivere la lotta di Israele per la propria sopravvivenza come una guerra razziale.

Se ne devono andare

Man mano che il suo movimento di consolida, il punto principale diviene la pulizia etnica dei palestinesi in Israele, nella Cisgiordania occupata e a Gaza. Lo slogan del movimento è “Se ne devono andare”, titolo anche del libro del 1980, scritto all’interno della prigione di massima sicurezza di Ramle, dove era stato rinchiuso dopo che le autorità avevano scoperto il suo piano per far saltare in aria la moschea di al-Aqsa. Colpendo uno dei luoghi più sacri dell’islam il rabbino estremista sperava di innescare una guerra di religione apocalittica che avrebbe consentito l’espulsione di tutti gli arabi. Kahane giustificava la deportazione dei palestinesi in termini di dovere religioso: la presenza di non ebrei contaminava la Terrasanta e posticipava l’attesa redenzione. L’idea della deportazione degli arabi era stata formulata diverse volte, in primis da Žabotinskij, mentre lo stesso Ben-Gurion ne aveva discusso con le autorità britanniche. Ma dopo la nascita dello Stato di Israele, che aveva causato l’espulsione di 700mila arabi, l’ipotesi era stata accantonata.

Kahane rompe un tabu che aveva retto per più di vent’anni usando anche un linguaggio religioso che, secondo lo studioso dell’ebraismo Shaul Magid in uno suo saggio del 2021, «andava molto oltre i propositi dei più accesi revisionisti». Ma nella società israeliana degli anni ’70, le istituzioni democratiche sono ancora molto salde e queste posizioni rimangono isolate. Imperterrito, Kahane continua la sua predicazione nelle periferie povere e si rivolge ai mizrahi, le comunità provenienti dal Nord Africa e dai Paesi arabi, agli immigrati di lingua russa e agli ultraortodossi impoveriti, presentandosi come loro paladino e difensore degli “uomini dimenticati di Israele” (qualcuno ricorda il discoro di Trump all’inaugurazione del 2017?). Il rabbino agitatore punta su una narrativa secondo la quale l’élite ashkenazita non solo aveva pugnalato alla schiena i veri ebrei con la sua politica di pacificazione con gli arabi ma era arrivata addirittura a tradire l’ebraismo stesso.

In un loro studio del 2015, Adam e Gedaliah Afterman  hanno definito «teologia radicale di vendetta» le tesi di Kahane. La vendetta fa parte integrante delle sue idee, come è esemplificato dalla sua affermazione che «la violenza ebraica in difesa degli interessi ebraici non è mai sbagliata». Decenni prima delle violenze sistematiche dei coloni in Cisgiordania che bruciano, violentano, assassinano e cercano di espellere i palestinesi, Kahane proclamava: «C’è solo una soluzione al terrore degli arabi ed è il controterrore ebraico». Dopo vari tentativi, nelle elezioni del 1984 Kahane riesce a guadagnare un seggio al parlamento col suo partito Kach. Alla notizia di questa vittoria, l’allora presidente Chaim Herzog si dice affranto che «una persona possa entrare nelle istituzioni e presentare un programma che è molto simile alle leggi di Norimberga».

Nella città a maggioranza palestinese di Hebron è comparsa una scritta dal sapore nazista, firmata dalla Jewish Defense League, che dice “Gasiamo gli arabi”.

L’elezione di Kahane fa squillare un campanello d’allarme, tanto che nel 1985 diversi intellettuali israeliani danno vita a un gruppo di studio, diretto dal filosofo Aviezier Ravitsky, che porta alla pubblicazione di un pamphlet con la prefazione di Yehuda Bauer, il noto storico della Shoah, che denuncia come il «kahanismo potrebbe, Dio ce ne scampi, trasformarsi nella punta di un iceberg che minaccia la nostra società». In risposta a questa dichiarazione  Yehoshafat Harkabi, un ex dirigente dello spionaggio militare, sostiene che il kahanismo è un fenomeno che deriva dall’occupazione militare della Cisgiordania e di Gaza, tesi ripresa successivamente da decine di specialisti. In un parlamento molto diverso da quello di oggi, visto che è divenuto una semplice appendice della volontà di potere di Netanyahu, tutti i partiti collaboravano per ostracizzare il fanatismo del rabbino americano, alzandosi e uscendo dall’aula quando iniziava a parlare.  La radio pubblica israeliana rifiutava di mettere in onda i suoi discorsi incendiari e la polizia gli impediva costantemente di sfruttare la sua immunità parlamentare per istigare odio e violenza contro i palestinesi.

Sempre nel 1985 il parlamento approva una modifica della legge fondamentale dello Stato per bandire qualunque partito o politico che sostenesse il terrorismo violento contro lo Stato, incitasse al razzismo o rifiutasse «l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico». Questo provvedimento vieta a Kahane di ripresentarsi alle elezioni del 1988 e segna la fine della sua carriera politica in Israele, portandolo su posizioni ancora più estremiste. Kahane scrive che gli ebrei secolari non sono veri ebrei e che lo stesso Israele non è uno Stato ebraico. Per trasformare Israele in un vero Stato ebraico Kahane propone di sostituire il parlamento con un re che traesse ispirazione dalla Torah, affiancato da un Sinedrio, che avrebbe avuto il compito di governare il Paese seguendo una rigida interpretazione della legge ebraica. Verso la fine della sua vita si unisce a un gruppo di fanatici di estrema destra che intendeva dar vita a uno “Stato indipendente di Giudea” nei territori occupati della Cisgiordania, ma ormai il suo tempo era finito.

Dalla fine degli anni ’80 erano in corso le discussioni con i palestinesi per trovare una soluzione a un conflitto che andava avanti dal 1948 e questo contribuì a chiudere ogni spazio politico al fanatismo del movimento. Kahane tornò negli USA, lasciandosi alle spalle un’organizzazione ridotta ai minimi termini e con gravi problemi finanziari. La sera del 5 novembre 1990, dopo aver tenuto un discorso in un albergo di Manhattan, fu avvicinato da El Sayyid Nosair, un americano di origini egiziane, che gli sparò due colpi al collo. Morì due ore dopo. Kahane «credeva nell’ideologia “tu ucciderai” – commentò Avraham Burg, un parlamentare israeliano che nell’estata del 2000 ricoprì anche la carica di presidente della Repubblica ad interim – ed è morto per mano di qualcuno che credeva nella stessa ideologia».

Le uova del drago

Dopo l’assassinio del fondatore, i seguaci superstiti, ormai emarginati e ridicolizzati dalla pubblica opinione, si ritirano nell’insediamento ultraortodosso di Kyriat Arba, nelle vicinanze della città palestinese di Hebron e nell’insediamento di Kfar Tapuach, nella Cisgiordania settentrionale. Proprio da Kyriat Arba, il 25 febbraio 1994, parte il medico di origine americana e membro del Kach Baruch Goldstein. Entra nella Grotta dei Patriarchi a Hebron e apre il fuoco sui fedeli musulmani uccidendone 29 e ferendone 125 prima di essere ucciso dai superstiti. Due mesi dopo, per vendicare quelle morti, il gruppo terroristico Hamas lancia il suo primo attentato suicida nella città israeliana di Afula. Il Primo ministro Rabin decide di mettere finalmente fuorilegge il partito Kach e definisce il movimento come “erba senza radici”. Una valutazione che si rivelerà tragicamente errata.

Itzhak Rabin (1922-1995) fu assassinato da un fanatico religioso dell’ultradestra che lo considerava un traditore dei veri interessi ebraici. (Foto di Yaakov Saar https://www.flickr.com/photos/idfonline/8137816487/)

Il gesto criminale di Goldstein colpisce l’immaginazione di un giovane studente del Talmud all’università Bar-Ilan di Tel Aviv. Lo studente, estremista di destra e fanatico religioso, si chiama Ygal Amir e l’azione terroristica di Hebron lo convince che «è arrivato il momento di abbattere Rabin», premio Nobel per la pace nel 1984 ma considerato dall’ultradestra come un traditore dei veri interessi degli ebrei. La sera del 4 novembre 1995, dopo aver concluso un comizio in difesa della pace nella Piazza dei re di Israele a Tel Aviv, Rabin è raggiunto da due colpi sparati da Ygal Amir e muore poco dopo. È l’inizio della fine del processo di dialogo con i palestinesi. Si stanno creando le condizioni che porteranno in parlamento i seguaci spirituali di Meir Kahane.

Da quel momento in poi Benjamin Netanyahu, da sempre contrario alla pace con i palestinesi e nemico aperto di Rabin, comincia a disfare il cordone sanitario che era stato teso intorno al Kach dalle forze politiche di tutti gli orientamenti. Mentre la Corte suprema impedisce di partecipare alle elezioni del 2019 a Baruch Marzel, un seguace di Kahane originario di Boston, concede invece il via a Itamar Ben-Gvir e alla sua lista di fanatici religiosi Otzma Yehudit (Potere ebraico). Ben-Gvir, che da ragazzo era diventato coordinatore della sezione giovanile del Kach, vive nell’insediamento di Kyriat Arba e fino a poco tempo fa era orgoglioso di mostrare una grande immagine del terrorista Baruch Goldstein che campeggiava in salotto. Dal 29 dicembre del 2022 è ministro della Sicurezza nazionale e supervisiona le operazioni di polizia. Non ha mai mosso un dito per fermare le brutalità e gli omicidi perpetrati dai coloni nei territori occupati chiudendo spesso entrambi gli occhi. Nel 2007 fu condannato per istigazione al razzismo ed è stato accusato di rappresentare il “fascismo ebraico” dalla nota sociologa israeliana Eva Illouz.

La marcia di avvicinamento al potere dell’estrema destra religiosa ha raggiunto il suo obiettivo. In un suo approfondito articolo pubblicato dal quotidiano britannico Guardian il 20 marzo 2025, Joshua Leifer riferisce che nelle settimane e nei mesi seguiti all’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 i seguaci di Kahane e i coloni avevano un atteggiamento diverso da quello della popolazione, affranta e terrorizzata dalla tragedia. Più che il lutto,  gli estremisti di destra percepivano un’opportunità perché nella cosmologia di Kahane il prerequisito per l’alba dell’età messianica è una guerra apocalittica che purifichi la terra di Israele dalla presenza dei non ebrei. Il giornalista del Guardian cita Orit Strock, parlamentare del Partito religioso sionista, che nel luglio 2024 aveva caratterizzato i giorni di guerra come un “periodo di miracoli”. Leifer scrive che «la speranza dell’estrema destra è che questa guerra potrebbe portare alla conquista di un Grande Israele, secondo il volere divino e, forse, alla guerra che porrà fine a tutte le guerre e per questa ragione è continuata così a lungo».

(La foto in evidenza mostra un manifesto propagandistico realizzato nel 1931 dalla milizia ebraica dell’Irgun che raffigura la Palestina mandataria e la Transgiordania come territorio di un futuro Grande Israele).

 

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